Voci per Ferrara - Gruppo del Tasso

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Voci per Ferrara

 

Intervista a Stefano Bottoni *


L'intervista a Stefano Bottoni, artista del ferro, cantautore, fondatore e direttore artistico del Ferrara Buskers Festival, nonché ideatore del progetto Museo Internazionale delle Ghise, si è aperta di fronte ad un caffè in Corso Giovecca, dopo il suo rientro da Vienna, ospite dell'Ambasciatore di Svezia. Il rapporto con questi gli ha permesso di esporre i tombini di stupenda fattura nella capitale austriaca, dando inizio ad una serie di appuntamenti all'estero che hanno reso la collezione di ghise famosa in tutta Europa.

«Stefano, qual è l'origine di un entusiasmo tanto accanito nel dare vita e volume ad un progetto impegnativo e costoso come la Collezione? I tempi che corrono sono duri: si investe ancora nell'arte?»

«Con un'economia che è quella che è … bisogna affidarsi alle idee, che sono il sale degli imprenditori, i quali si pongono gli obiettivi di avanguardismo. Il Festival nacque perché mi dissero il denaro si sarebbe trovato e il Museo delle Ghise perché arrivò un tombino da Praga. Tutto sta nelle mani delle persone che si mettono a disposizione, che credono in un progetto e ci si buttano dentro; dando ciascuno un piccolo contributo, si raggiungono grandi traguardi anche qui, a Ferrara».

Dal sito - www.manholemuseum.it- si desume che nel 2003, a seguito del dono da parte del Sindaco di Praga Vladimir Vihan e dalla collaborazione di Augusta Rabuiti del Comune di Ferrara, nasce il Progetto Museo Internazionale delle Ghise - International Manhole Cover Museum. Progetto che inizialmente ha origine come forma di documentazione fotografica, riguardante le grafiche dei tombini, realizzato nel corso delle trasferte di Bottoni in qualità di direttore artistico alla ricerca dei gruppi musicali da invitare al Festival e a seguire trasformato in vero e proprio contenitore sulla storia delle città, da Roma ad Helsinki, dall'Havana a Siviglia, che tutt'ora continua grazie alle donazioni dei tombini - cover- da parte dei sindaci delle città che dal MIT di Boston è ritenuto unico al mondo per tipologia culturale.

«Si è conclusa da poco più di un mese la 23° edizione del Buskers Festival, ormai una tradizione travolgente che invade le strade della città; c'è, però, chi continua a storcere il naso...»

«Perché si persiste nel sottovalutare l'aspetto poetico della manifestazione. Mi spiego: le persone stanno insieme, portano fuori i bimbi, alloggiano nei B&B fuori Ferrara per vedere i buskers e viverli. Ballano intorno agli artisti, si siedono in Corso Giovecca - qui, in strada - e giocano; l'aggregazione è ciò che conta! L'uso pubblico dell'arte di strada, una logica di partecipazione libera e condivisibile fa sì diventi più piacevole perdersi nel centro storico».

«Quest'anno il paese ospite è stato la Francia: cosa ti ha condotto a sceglierlo?»

«Ci giravo fisicamente intorno da tanti anni e tramite una visita ad Avignone sono entrato in contatto con dei gruppi che mi hanno colpito. Scelgo la nazione ospite dal 1990, quattro gruppi di ogni paese che non sia confinante con quello dell'anno precedente».

«Nel 2009 il Festival ha subito un cambio di rotta: i corsi, le vie del centro cittadino hanno ospitato un numero minore di ambulanti a favore di una distribuzione più capillare degli artisti di strada. La variazione che pareri ha prodotto? Gli artisti stessi come si sono espressi?»


«Con il passare del tempo, come colui che fa il bagno e si allontana troppo dalla riva perché si allargano gli orizzonti ed è spinto a nuotare sempre più avanti … nel tempo, venendo da altri festival, sono arrivati ambulanti che nel corso di un paio d'anni sono diventati quasi duecento in forma non controllata, andando ad occupare spazi per i musicisti. Nel 2009 con la determinazione dell'amministrazione comunale, in particolare dell'Assessore Massimo Maisto, la linea adottata è stata “bancarelle zero”, che non significa emarginazione degli ambulanti, ma vuole recuperare il business degli artisti tornando a quei fini musicali che erano all'origine del festival. Infatti, abbiamo ricevuto pareri positivi da varie parti d'Italia; i musicisti hanno lasciato Ferrara entusiasti del contesto urbano e gli ambulanti hanno compreso la scelta che quest'anno si è evoluta in “Piazzetta della Creatività” in via Cortevecchia, a numero chiuso».

«Con l'arrivo del 2011, quali sono le aspettative e quali le speranze?»

«Siamo a ventitré giorni dalla chiusura e speriamo di conservare la carica di creatività di uno dei festival più importanti d'Europa: musicisti che si accreditano da San Paolo in Brasile per farne parte, per tornare a Ferrara. Le settanta, ottantamila persone che affluiscono in centro ogni sera, sono spinte a venire perché la gente ha bisogno di stare in festa».

«Tirando le somme, se gli anni prossimi il Festival, come ventilato dai quotidiani locali, ridurrà il numero delle serate per una motivazione puramente economica, i suoi affezionati certamente non taceranno. Tornando, invece, all'organizzazione, in base a cosa scegli i gruppi musicali?»


«Dopo anni che li ho cercati in giro per l'Europa - dalle isole pedonali di Francoforte alle piazze di Dublino, viaggiando a mie spese - a scanso di equivoci - e non a spese del Comune, sono loro a presentarsi tramite il web. In base al materiale ricevuto, ai provini inviatici, cerco di renderlo musicalmente il più vario possibile. Se hai un acquario da popolare cerchi di farlo con tanti colori. Avviene molto anche per passaparola tra artisti».

«Le persone che lavorano per il Festival sono tante, sia durante il giorno in ufficio che la sera in strada: perché fare parte dello staff?»

«Coloro che vorrebbero partecipare o far partecipare i loro figli sono tanti, e ciò che li spinge è l'opportunità di relazionarsi con gli altri che il Festival permette, soprattutto in inglese: quello che tempo fa si diceva “fare bottega”. Io, per anni, ho lavorato artisticamente il ferro, nella bottega di mio padre, attività della mia famiglia da più generazioni che mi ha immerso in situazioni in cui, a contatto con gli altri, mi sono dovuto arrangiare. E sono cresciuto»

«Concludendo il nostro dialogo, dopo dieci giorni di baldoria la città rientra nel silenzio, come scriveva D'Annunzio».



Matteo Bianchi.

* Pubblicato su Orfeo di Ottobre 2010.

 
 

Intervista a Mario Saetti, ex deportato *


«Raccontaci un po' della tua giovinezza: cosa facevi prima della leva forzata? Che mestiere avevi intrapreso, quali erano le tue occupazioni giornaliere?»

«Sono nato a Occhiobello nel 1925, ma sono cresciuto a Ferrara. Ho trascorso la mia adolescenza facendo il manovale, affiancavo mio padre che aveva un'impresa edile e si occupava di restauri di diverse chiese ferraresi; nei periodi in cui il lavoro mancava, prestavo servizio presso un panificio cittadino. Nel frattempo studiavo violino al Conservatorio in via... Compiuti i diciotto anni mi arrivò la chiamata alle armi e partii per Parma: correva l'anno 1942».

«Durante il periodo di leva, per quale motivo sei stato deportato? In quale circostanza?»

«Mi trovavo all'ospedale militare di Parma per curare un'improvvisa pleurite; in camera eravamo in quattro e uno dei miei compagni rispose in malo modo alla suora infermiera, la quale reagì all'offesa cacciandoci tutti fuori dalla struttura. Per strada. La sfortuna ha voluto che quel pomeriggio ci fosse un bombardamento che ci spinse a fuggire “in divisa da ospedale”, da convalescenti. A seguire ci fu un rastrellamento della Gestapo lungo le vie della città e nel caos ci fermarono, caricandoci su una camionetta».

«Focalizziamo i fatti: è passato l'8 Settembre. Si può parlare quindi di un drammatico equivoco …»

«L'equivoco c'è stato! Anche perché non era assolutamente nostra intenzione disertare, viste le conseguenze a cui saremmo andati incontro (fucilazione); eravamo spaventati, non sapevamo come orientarci e la paura ci ha spinti a correre».

«Dopo? La Gestapo dove vi ha portati? Avete lasciato Parma?»

«Sì. Ci hanno trasferito con la camionetta piena a Ravenna, alla stazione. Lì c'erano già tante altre persone: uomini, donne e bambini che non sapevano cosa aspettarsi. Non si trattava solo di militari. Il primo smistamento è avvenuto in quella sede, ma non ricordo in base a quali criteri... quindi fummo caricati su questi vagoni destinati al bestiame, completamente chiusi, con le pareti in ferro».

«Insomma, una sorta di container... immagino sia stata la prima esperienza dura. E durante il trasferimento in treno, come te la sei cavata? Quanto è durato?»

«E' stata molto dura. Eravamo molto stretti, si soffocava. Fare i propri bisogni era da bestie e gli odori nauseanti. Per non parlare del cibo! Non ce n'era. viaggio verso l'Olanda fu circa di un mese».

«Hai parlato di un primo smistamento, il secondo l'avete subito in Olanda?»

«Sì. Là, un campo sportivo, da calcio, era stato adibito a base di smistamento: ci suddividevano per competenze. Presunte competenze, stando alle nostre parole... Un amico di Bologna conosciuto in treno, al quale mi ero affidato perché più vecchio di me di dieci anni, mi consigliò di dire che facevo il contadino: per chi capitava in fabbrica come operaio, c'era il rischio costante di non riuscire a sfuggire alle bombe. Era autunno inoltrato e ci fecero svestire completamente. Nudi per la visita medica: tutti in fila indiana. Una volta superato il controllo ci rimandarono a vestirci... e chi arrivava prima al mucchio di abiti, riusciva a coprirsi decentemente dal freddo. Si parla di un migliaio di persone, chi più chi meno. Impossibile recuperare i propri indumenti. Infatti io mi coprii con quello che mi capitò tra le mani, un maglione di lana che adattai a pantaloni (senza avere le mutande sotto!), legando le maniche dietro alla schiena.anche un amico musicista, incontrato per caso in fila. Era un personaggio schivo, riconosciuto poi dalla Santa Sede come compositore di musica ecclesiastica. Con l'organo era in gamba. Tanto è vero che si era trascinato dietro gli spartiti! Ebbe, però, l'imprudenza di fingersi sordo alle domande del medico tedesco, il quale aveva notato i fogli con le note e capendo bene che mentiva, lo riempirono di botte. Una brutta storia».

«E poi? Che mansione ti venne assegnata?»

mia mansione divenne quella di segare a mano alti alberi che sarebbero stati utilizzati come fondo per le piste di atterraggio dei bombardieri tedeschi. Per sostenere il peso dell'areo, i fossi scavati da noi nei campi, venivano rinforzati con i tronchi d'albero e poi ricoperti di terra.

«Lì in Olanda...»

«Partimmo dall'Olanda per proseguire attraverso Germania, Polonia, Ungheria, sino al confine con la Russia: i tedeschi si preparavano all'avanzata delle truppe sovietiche».

«Ma le condizioni di prigionia, com'erano? Il cibo continuava ad essere carente?»

«I viveri mancavano costantemente. Però ero riuscito a salvare il mio violino dalle razzie durante gli smistamenti. Lo avevo addosso da quando sono scappato quel pomeriggio a Parma e mi ha aiutato molto».

«In un certo senso, quello strumento ti ha salvato...»

«Sì, in un certo senso sì. Lavoravo in un bosco vicino ad una casa abitata da un pastore protestante con moglie e figli, e accadde che l'uomo si accorse del violino e mi chiese di entrare per accompagnare la figlia che si esercitava al pianoforte. In quella circostanza mi fu offerto un ottimo pasto... ma esagerato per il mio stomaco non più abituato a riempirsi normalmente. Andavamo avanti a bucce di patate in zuppa. Qualche volta ci toccava il pane. L'indigestione mi fece vomitare e il dolore allo stomaco mi durò per giorni».

«Stando al tuo racconto, non sei entrato in contatto con i campi di sterminio, giusto? Almeno nel corso dell'andata. E del ritorno, del rientro, cosa ricordi?»

«In verità in Olanda, in occasione dello smistamento, notai ai lati del campo montagne di scarpe, occhiali e vestiti che non sarebbero andati a noi. Dopo la guerra venni a conoscenza che ci trovavamo nei pressi di un campo di concentramento. Forse Bergenbelsen, ma non ricordo i nomi.
confine russo incominciammo ad arretrare verso il cuore del Reich, con le truppe sovietiche alle spalle. Arrivammo a Praga nel '45, ormai agli sgoccioli: lo capivamo dal tumulto dei tedeschi. Pensavano a salvarsi la pelle e non badavano più a noi».

«Hai incontrato forme locali di Resistenza? Ne sei venuto in contatto?»

«Sì, nelle campagne intorno alla città di Praga incontrai quattro donne che mi sembravano contadine: ero affamato e chiesi loro qualcosa da mangiare... in realtà erano partigiane che volevano fermare la fuga dei mezzi e delle truppe tedesche dalla Cecoslovacchia. Mi coinvolsero in un'azione di sabotaggio: le aiutai a piazzare dell'esplosivo lungo un'arteria di fuga per i cingolati tedeschi. La rappresaglia andò a buon fine, se così si può dire... una cinquantina di panzer tedeschi furono bloccati dalla Resistenza. I partigiani costringevano i soldati ad uscire dai carri (mani in alto!) e notai il tatuaggio sotto al braccio che distingueva le SS dagli altri. bene, però, come i tedeschi reagivano a queste azioni: brutali e inumani. centro a Praga, vicino alla torre dell'orologio crocifissero quattro bambini. ci sono parole».

«Com' è stato dopo? Chi ti ha accompagnato verso l'Italia e come?»

«Ero solo. E sono partito a piedi. Non ho idea del tempo impiegato, sicuramente mesi. Mi fermavo dove capitava a riposare, spesso all'aperto. Via via che passavo per paesi e campi riuscivo a racimolare qualcosa dagli abitanti».

«In tabaccheria mi hai raccontato un episodio avvenuto nelle colline dopo Praga: hai incontrato una ragazza, vero? Ho notato ti sia rimasto impresso».

«Già... suonavo in solitudine vicino ad un bosco e intorno c'era un piccolo abitato in cui mi avevano ospitato per tre/quattro giorni. Stavo nella stalla. Quel pomeriggio, al tramonto, tra erba e cielo mi sentivo osservato. Mi voltai e vidi una giovane che mi ascoltava in silenzio. Appena mi accorsi di lei sparì. Poco dopo... riapparve all'improvviso davanti a me e mi allungo una foto. La conservo ancora. Non scambiammo una parola».

«Bello. Di cuore. Ma Ferrara? Come ti ha accolto?»

«Sinceramente la ricordo davvero poco. Risalivo da via Mambro tutto stracciato e stanco. Pensavo soltanto a ritrovare i miei cari. imparai subito che mio fratello era stato fucilato a Savona qualche giorno prima della dichiarazione che la guerra si era conclusa. un partigiano».

«Ringrazio tanto il caro Mario di avermi lasciato raccogliere le sue parole, pur non essendo qui con noi, un po' per l'emozione, un po' per gli acciacchi dell'età. Personalmente mi ha colpito molto quell'appiglio alla vita, ai sentimenti umani che rappresenta il gesto della ragazza affascinata dal violinista. Grazie mille».



M. Bianchi

* Conferenza Giornata della Memoria: il violinista e il soldato, 27/01/'10

 
 

"The Faunal Countdown, intervista alla curatrice Maria Livia Brunelli*


E' curioso come ildell'artista, le sculture a grandezza naturale di animali in via di estinzione,originesua formazionescultore all'interno deldivertimenti di Gardaland. Come si è sviluppata l'idea di mettere a frutto le conoscenze acquisite dando loro un indirizzo di carattere etico ed ecologico?

Le conoscenze raggiunte derivano spesso da svariate esperienze di vita e lavorative; nel caso dell' artista le capacità scultoree hanno trovato una palestra per quanto riguarda la tecnica prima nello studio del padre, scultore, poi in un ambito lavorativo ludico. Imparata la tecnica, Bombardieri da artigiano si è trasformato in artista nel momento in cui ha sviluppato la parte concettuale del suo lavoro. In questo caso si tratta di animali a rischio estinzione che intendono portare a una progressiva sensibilizzazione verso urgenti problematiche ambientali del pianeta. Se la vista di animali riprodotti a dimensione naturale piace ai bambini, il fatto di proporli in un contesto urbano crea il necessario straniamento per far riflettere il semplice passante, e la visione del led luminoso che indica quanti esemplari di quella specie mancano all'estinzione gli fa porre la domanda di scottante attualità: “cosa indica quel numero?”.


Attraverso il forte impatto comunicativo delle riproduzioniCountdownsi presenta comeprovocazione rivolta alla società,"rassegna urbanaarte invadente" cheimponemodo irriverente nella città, costringendo chi vi abita ad una riflessione. Interessante è, ad esempio, la recente scelta di introdurre nella Promenade du Port di Porto Cervo un coccodrillo in grado di produrre dal proprio corpo borsette, scarpe e cinture. Che tipo di risposta avete avuto da parte degli spettatori? Quali le reazioni?

Faunal Countdownha preso avvio il 17 agosto 2010 con una singolare anteprima in un luogo che sta diventando il distretto culturale di una località per fama dedita all'apparenza, in cui è stato introdotto un elemento estraneo: un coccodrillo geneticamente , a grandezza naturale, che ha accolto visitatori e turisti portandoli improvvisamente a fermarsi, riflettere, interiorizzare. Un'opera che va oltre la semplice denuncia legata al pericolo di estinzione di alcune specie animali. Il coccodrillo non è rappresentato morto o squartato al fine di utilizzarne la pelle, ma è un animale geneticamente modificato in grado di produrre direttamente dal proprio corpo oggetti effimeri: scarpe, borsette, accessori in pelle di coccodrillo. L'opera non rappresenta quindi una critica ma, più semplicemente, uno sguardo su un futuro molto prossimo se non addirittura su di un presente che ci vede tutti coinvolti, più o meno consapevoli. Le risposte degli spettatori sono state molto positive: abbiamo realizzato un dibattito sotto il coccodrillo ed è venuta molta gente incuriosita che ha proposto la sua collaborazione su queste tematiche.

Il progetto ha caratteredopoin Sardegna è arrivato ufficialmente ae prevede poispostamento in altre città, tra cui Bologna, Dubai, Instanbul e Pechino.quale criterio sono state selezionate le città su cui intervenire?

MLB Maria Livia Brunelli home gallery è una giovane realtà molto attiva e radicata sul territorio con strutturati legami a livello nazionale e internazionale nel settore dell'arte contemporanea. Si avvale della collaborazione di un network di curatrici dislocate tra Londra, Berlino e Pechino. In ognuna delle città in cui verrà portata la rassegna avevamo e stiamo creando contatti con persone del luogo che ci permettono di realizzarla e accrescerla rassegna attraverso una rete di sinergie. Istanbul perché è un delicato ponte, in questo momento di crisi storica, tra Oriente e Occidente, Pechino perché è una città in forte crescita culturale tra le capitali orientali, e Dubai per il crescente interesse che la città sta dimostrando verso l'arte occidentale.

Le installazioni di Bombardieri diventeranno in questi mesi parte integrante della città e della vita quotidiana dei ferraresi, che potranno imbattersi in esse camminando per il centro storico, l'orto botanico,nella cattedrale, e potranno anche lasciare un proprio messaggio sul sito www.thefaunalcountdown.com. A cosa è dovuta la scelta di Ferrara come prima tappa del percorso? Che risposta vi aspettate dai cittadini?

Perché a Ferrara ha luogo il Convegno Nazionale dei Musei Scientifici sul tema Biodiversità, nell'anno in cui la si celebra a livello mondiale. Ferrara è un palcoscenico urbanistico ideale per comunicare ad un pubblico vasto e sensibilizzare ogni fascia di età su queste tematiche attraverso gli strumenti dell'arte pubblica. Rendendo questo progetto partecipato, abbiamo subito avuto tanti alleati: non a caso a inaugurare la rassegna è stato un “esercito” di oltre duecento persone che hanno voluto partecipare all'safariLa risposta da parte di sponsor, associazioni, e istituzioni è stata immediata, come se ci fosse un gran desiderio di lavorare insieme per qualcosa in cui credere insieme. Sono convinta che sia questo il lato positivo che sta emergendo.

Sicuramente, l'inserimento delle installazioni dell'artista in diversi luoghi e diverse città dà all'opera d'arte un significato differente in relazione all'ambiente e alla popolazionela va a circondare di volta in volta. Qual è il valore aggiunto che la città di Ferrara, con la sua storia e il rinnovato interesse per la natura e l'ecologia può offrire alle installazioni?

L'intera città di Ferrara è diventata sede e scenario di un allestimento ideato appositamente per il centro storico. Undici animali in via di estinzione, sculture estremamente realistiche, a grandezza naturale, hanno invaso tutta la città. Le installazioni sono dislocate in punti di particolare spettacolarità artistica e architettonica. L'aspetto emotivo dell'arte contemporanea si sposa così con quello razionale della scienza. Gorilla, elefanti, rinoceronti, balene, coccodrilli, ippopotami e tigri sono da cercare come in una “caccia al tesoro” che ha il sapore di un safari urbano. Il led luminoso che gli animali hanno addosso fornisce da solo l'informazione più inquietante: quanti esemplari di quella specie sono ancora in vita e quindi, in sostanza, quanto manca alla loro estinzione. A Ferrara esiste poi un Museo di Storia Naturale molto attivo che è stato il partner ideale per questa rassegna.

Nel caso di Ferrara sono previste una serie di iniziative per le scolaresche ed i bambini, come le attività didattiche e i laboratori creativi interdisciplinari. Anni fa scultore per il parco di divertimenti, oggi testimonianza forte per la sensibilizzazionefuture generazioni che avranno, un domani, la responsabilità nei confronti del nostro Pianeta: qual è il messaggio che Bombardieri vuole dare ai più piccoli? Che tipo di reazione hanno i bambini di fronte alle sue opere?

Siamo convinti che per sensibilizzare la società si debba partire dai bambini e dalle scuole: abbiamo infatti chiesto ad alcuni esperti di attivare attività didattiche e laboratori creativi interdisciplinari, sia per le scolaresche sia per il pubblico costituito da famiglie con bambini in età 5-10 anni, condotte dal dipartimento educativo del Museo di Storia Naturale e dall'Associazione Artebambini. La reazione dei bambini è entusiasta: spesso mi è capitato di sentire bambini urlare “coccodrillo” e “elefante” per strada conducendo i genitori dove c'erano le sculture, oppure vedere bambini con la mappa delle installazioni e una matita in mano a segnare le opere già viste come in una vera caccia al tesoro. Nonni e mamme continuano a farci complimenti per l'iniziativa, che non solo attrae ma fa anche riflettere.

Giulia Mengardo

* Pubblicato su Orfeo di Dicembre 2010.

 
 
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